Fausto Faretra è responsabile amministrativo di Gruppo Faretra, gestito insieme ai fratelli Antonio, Alfonso e Gerardo e composto dalle due concessionarie F.lli Faretra e Faretra.com. Dal suo punto di vista, fare impresa in questo settore non è facile. Serve impegno e passione, oggi ancora più di ieri. Perché, se le criticità non mancano, ci sono anche delle opportunità
Prima domanda d’obbligo: come è andato il 2020 e quali sono le prospettive per l’anno in corso?
Dal punto di vista operativo, abbiamo dovuto gestire, come tutti, i cambiamenti dettati dal rispetto delle nuove regole per la prevenzione del contagio: mascherine, distanziamento, nuova organizzazione degli spazi…
E dal punto di vista del business?
Fortunatamente abbiamo sempre lavorato bene e, inaspettatamente, siamo addirittura riusciti a chiudere l’anno con un fatturato in crescita rispetto al 2019.
Come si spiega questo risultato?
L’agricoltura è un settore primario che, nonostante i suoi gravi problemi, ha mostrato ancora una volta quanto sia indispensabile e imprescindibile.
Quali sono, dal suo punto di vista, i problemi principali del settore?
Sicuramente i prezzi: troppo sfavorevoli per chi lavora la terra, quindi la mancanza di certezze per pianificare il futuro e gli investimenti. Oggi la tenuta della nostra agricoltura dipende molto dai sussidi che riceve: basterebbe spostare di pochi punti il margine e dare un po’ di respiro agli operatori primari, per farlo andare avanti con le proprie gambe.
A tutto vantaggio del Made in Italy…
Il nostro Made in Italy dal potenziale smisurato non è tutelato dal rispetto delle regole che vanno ad incentivare la concorrenza sleale, le contraffazioni, le speculazioni e tutte quelle attività illecite che gravano sulla filiera ed impattano negativamente sui prezzi riconosciti al produttore. Un esempio su tutti: In Italia arrivano i carciofi (freschi) dal vicino Egitto a prezzi stracciati, vengono riconfezionati e distribuiti dalle catene GDO. Il rapporto è: Europa / Africa, a voi le conclusioni.
A proposito di aiuti per la meccanizzazione, qual è la sua opinione sugli incentivi per il 4.0? Come stanno vivendo questa trasformazione i vostri clienti?
L’attenzione all’argomento è altissima. Purtroppo però non sempre per il giusto motivo.
Cosa intende esattamente?
Molte aziende sono più interessate ai vantaggi fiscali che alle effettive potenzialità delle nuove tecnologie. Diciamo che, anche se forzato, è un inizio e chi ha investito, oggi inizia a rendersi conto dei vantaggi.
Che ruolo ha il concessionario nella sensibilizzazione degli utilizzatori?
Un ruolo chiave: ci stiamo impegnando a dismisura per far passare il messaggio che la tecnologia non è solo un vantaggio fiscale ma una grande opportunità da sfruttare e capitalizzare. Non possiamo perdere questo treno che potrebbe aiutarci a colmare il gap tecnologico che separa la nostra agricoltura da quella di altri Paesi. Noi rivenditori ce la mettiamo tutta, ma ciascuno dovrebbe fare la propria parte, a partire dalle associazioni di categoria e dai sindacati.
E le case costruttrici?
Spiace constatare che non tutte sono preparate. La sensazione è che alcune aziende siano “corse ai ripari” per inventarsi la loro soluzione 4.0 , ma senza una reale strategia organica di offerta. Ogni Casa ha proposto un suo kit che richiede l’acquisto di pacchetti specifici.
Con quale conseguenza per i rivenditori?
Una grande confusione da gestire: ognuno parla la sua lingua e la babele che ne risulta diventa molto complessa da organizzare, anche per il venditore che, nella maggior parte dei casi, deve studiare e proporre soluzioni ad hoc.
Trovare marginalità è il grande problema della rete. Qual è il suo punto di vista in merito?
La partita tra costruttori e concessionari, in questo campo, è aperta da sempre. Non bisognerebbe mai dimenticare che, a differenza di altri prodotti, quelli della meccanizzazione agricola hanno bisogno della mediazione del concessionario per essere accolti dal mercato. Soprattutto negli ultimi anni, le incombenze che ricadono sui dealers continuano ad aumentare, rendendoci sempre più difficile fare il nostro lavoro.
A cosa si riferisce?
Agli oneri amministrativi e normativi, all’assistenza a cui nessuno è disposto a dare valore ma che tutti si aspettano che noi garantiamo. Senza contare che lo sviluppo tecnologico va gestito in termini di formazione, competenze, manutenzione…. E in tutto questo i rivenditori sono soli.
A chi sostiene che la marginalità va cercata nel service, cosa risponde?
Che nel nostro settore il service è un male necessario per sostenere le nostre attività, ma al concessionario non porta profitto, nel modo più assoluto. È utopia , secondo la mia esperienza, pensare il contrario.
Esistono aziende, però, che vivono di quello.
Il fatto è che il nostro comparto è fortemente polverizzato e formato da aziende disomogenee tra loro. Imprese strutturate e meno strutturate competono con costi diversi, diversa preparazione professionale e diversa visione di impresa. Per questo la corsa ai numeri, cercata da molti costruttori, in questo contesto è controproducente, perché non fa altro che erodere la nostra già esigua marginalità. Imporre prezzi competitivi alla rete significa fare promozione sulla pelle del concessionario, limitandone la libertà imprenditoriale.
Estratto dell’articolo pubblicato sul numero di Gennaio Febbraio de Il Giornale del Rivenditore Agricolo











