Domanda d’obbligo: com’è oggi, in piena fase tre, la situazione di mercato per la categoria?
Non facile: all’inizio dell’emergenza vivevamo dell’onda lunga del lavoro, poi c’è stato il blocco e ora inizia un lento riavvio.
Quali sono le sue previsioni per i prossimi mesi?
Gli imprenditori agricoli fanno fatica a programmare il futuro e prima di fare investimenti pluriennali ci penseranno due volte, come tutti.
In questo periodo Unacma è stata in prima linea per offrire a tutta la categoria, una guida e un orientamento.
Dal punto di vista istituzione, in qualità di presidente, ho sentito forte la responsabilità di dimostrare la strada ai miei. Ci siamo districati tra interpretazioni dei decreti, controllo delle varie tabelle merceologiche, codici Ateco e altro.
Qual è stata la difficoltà maggiore?
Sentire dai nostri colleghi lombardi, soprattutto nelle prima fasi dell’emergenza, notizie di problemi e limitazioni operative ma anche difficoltà e paure per la salute. In quel periodo era molto difficile separare l’aspetto personale da quello professionale.
Le vostre aziende però sono sempre rimaste operative.
Superate le prime titubanze abbiamo lavorato “a cancelli chiusi” su appuntamento, poi l’operatività è ripresa ma non è stato facile, per alcuni colleghi, riorganizzare l’azienda per garantire la sicurezza di clienti e lavoratori. Se per le realtà strutturate pensare a una nuova gestione di spazi e persone non è poi così difficile, per le piccole officine di paese, magari con un unico ingresso in negozio, anche solo organizzare il flusso delle persone può essere un enorme problema.
Quanto impattano le prassi legate al controllo della sicurezza sull’attività dei rivenditori?
Le operazioni sono molto rallentate: abbiamo calcolato un aumento del 20% di “tempi morti”. Per non parlare dei costi.
Parliamone invece.
Se prima il costo dei dpi era irrilevante ora inizia a farsi sentire. A questo bisogna aggiungere l’installazione dei plexiglass parafiato nel magazzino ricambi e negli uffici, la gestione delle operazioni di sanificazione, il personale impiegato nella disciplina delle entrate e nel controllo costante delle persone presenti in negozio… È vero che, con il calare del numero dei contagi la tensione si allenta: tutti hanno voglia di tornare alla normalità, ma serve responsabilità.
L’impegno di Unacma in questi mesi è stato utile per compattare la categoria e a far crescere lo spirito di gruppo?
Abbiamo avuto molti elogi e complimenti per come ci siamo mossi, sia per la competenza, sia per la velocità e questo fa piacere. Noi non siamo sempre a caccia di nuovi associati e del resto siamo l’unica associazione che rappresenta la categoria: il lavoro fatto è stato messo a servizio di tutti. Mi auguro però una cosa.
Dica.
Visto che in questi mesi, in famiglia e al lavoro abbiamo ritrovato nuove emozioni e sperimentato nuove forme di condivisione e di comunicazione, mi auguro davvero che l’onda lunga di questo approccio esca dai cancelli delle aziende, che i “vicini” possano essere considerati più colleghi che concorrenti e che questo atteggiamento si rifletta anche a livello associativo.
Guardando invece alla filiera, in questi mesi i rivenditori sono stati l’unico punto di contatto che i costruttori, costretti allo stop, hanno avuto con il mercato. Questo, secondo lei, farà cambiare qualcosa nel rapporto tra le aziende?
Noi siamo da sempre l’unico filtro e punto di contatto con i clienti. Con i costruttori inspiegabilmente ridotti all’inattività, la nostra operatività ha garantito la continuità del servizio di assistenza e ha evitato che il comparto agricolo si fermasse.
Una grande responsabilità e un grande stress…
Ci sono stati dei momenti estremamente complessi. Penso per esempio ai ricambi: con le aziende di produzione chiuse il rischio che mancassero le forniture era reale e solo la nostra capacità di fare rete ci ha permesso di risolvere la situazione. Al di là dei singoli casi, comunque, penso che sia emerso con forza un concetto.
Quale?
Il rivenditore non può assolutamente vivere di assistenza post vendita.
È una questione di marginalità?
Questo periodo ha enfatizzato un problema che, da sempre, affligge la nostra categoria. Le vendite si sono fermate ma i costi fissi sono rimasti, e, nonostante ne avessero la possibilità, le nostre aziende non hanno fatto ricorso agli ammortizzatori sociali disponibili, come la cassa integrazione, per garantire la continuità del servizio.
Si ripartirà davvero, insomma, quando ripartiranno le vendite.
Il fatturato delle manutenzione è poca cosa: è sempre stato un male necessario. L’emergenza sanitaria ha avuto le sue fasi, e lo stesso la nostra: prima abbiamo temuto per la nostra salute, poi per quella delle nostre aziende, ora ci aspetta la fase più difficile.
Cioè?
Quella del controllo della liquidità. Abbiamo dovuto, giustamente, onorare i nostri debiti verso i fornitori e, fortunatamente, anche i nostri clienti sono stati in generale virtuosi, pagandoci regolarmente gli ordini fatti. Il problema è che ora non c’è più niente da pagare.
Sta dicendo che la sfida vera inizia adesso?
In termini di liquidità, senza dubbio. La famosa liquidità a costo zero offerta dal Governo non è pervenuta e le banche offrono finanziamenti a chi ha i requisiti per meritarseli. Oggi non fa più notizia il fatto che un’impresa che non aveva mai fatto ricorso al credito sia costretta a seguire questa strada, anche solo a scopo precauzionale, per assicurare la continuità aziendale.
Le previsioni di mercato cosa dicono?
Abbiamo organizzato un meeting “virtuale” per un confronto con i direttori commerciali delle principali case costruttrici, i quali hanno affermato che il mercato 2020 si fermerà al 15-15.500 macchine, in sensibile calo rispetto al 2019 (18.579 unità n.d.r),. Ma noi stimiamo – e temiamo – che il calo sia ancora più forte.
Su che basi?
Oltre alle immatricolazioni mancate dei marchi in difficoltà, da quelle 15.000 macchine bisogna togliere l’immatricolato a ore zero dei dealers: i rivenditori non sono nelle condizioni di fare magazzino, da un lato, per un problema di liquidità, dall’altro per prudenza: in uno scenario tanto incerto sarebbe un azzardo mettere a magazzino macchine che non si sa quando si potranno vendere ed a quanto.
Come cambia il rapporto con i clienti in un’epoca di porte chiuse e distanziamento sociale?
Siamo in una fase di stand by e ancora non abbiamo capito come riorganizzarci. Nessuno ha il coraggio di dirlo ma sono convinto che tutti stiamo sperando, e aspettando, che la situazione ritorni come prima.
Estratto dell’articolo pubblicato sul numero di Giugno – Luglio de Il Giornale del Rivenditore Agricolo











