Imprenditore a 360 gradi (tra le attività gestite per conto dell’azienda di famiglia ci sono ristoranti, hotel, distribuzione di gasolio…) e agromeccanico nel DNA, Gianni Dalla Bernardina, presidente di C.A.I., guarda al settore da una prospettiva ampia e lontana dai “campanilismi” associativi. Perché la sfida vera riguarda la crescita dell’intera filiera
Partiamo dall’attualità (l’intervista con Gianni Dalla Bernardina è stata svolta – telefonicamente – durante le prime fasi dell’emergenza Covid-19, N.d.R.): com’è la situazione sul fronte delle aziende agromeccaniche?
Non le nego che la situazione è durissima: molte aziende sono in gravi difficoltà e sarà necessaria l’immissione di una montagna di liquidità per sanare i danni che gli effetti dell’epidemia stanno avendo sul comparto.
Le aziende hanno messo in atto strategie particolare per la gestione dell’emergenza?
Il momento è di assoluta incertezza: le aziende più strutturate hanno iniziato a fare piani operativi di breve-medio periodo. Ma le più piccole e le medie, per lo più a dimensione famigliare, si sono fermate quasi tutte. Qualche operatore è in quarantena e, soprattutto nelle zone più colpite di Veneto e Lombardia, i rischi sono alti.
Quali sono le maggiori preoccupazioni delle imprese?
Il problema principale per tutti è quello della tutela: sulla carta, lavorando in campagna, noi avremmo il vantaggio dell’isolamento, ma non bisogna abbassare la guardia! Per questo abbiamo definito le buone pratiche da attuare per lavorare in sicurezza: mantenere le distanze, sanificare le cabine ad ogni cambio di operatore, utilizzare gli opportuni dispositivi di protezione individuale… ma ci sono anche altri aspetti da considerare.
Quali?
Innanzitutto la difficoltà di capire se le aziende possono lavorare e quali attività possono fare senza dover chiedere autorizzazione al prefetto. L’attività agromeccanica, definita dal codice Ateco 0161 è tra quelle ritenute essenziali, quindi le attività a servizio dell’agricoltura possono essere svolte, ma sono circolate voci contrastanti che hanno generato confusione e messo le aziende nel caos totale.
Le vostre imprese, insieme ai concessionari di macchine agricole che fanno capo a Unacma, si sono messe a disposizione per gli interventi di sanificazione delle strade. Com’è andata l’iniziativa?
L’intento era quello di offrire mezzi e, soprattutto, competenze a servizio della comunità. Purtroppo l’iniziativa ha avuto successo solo in qualche piccolo comune ma, in generale, si è quasi risolta in un nulla di fatto.
Perché?
Da un lato perché le dichiarazioni dell’Istituto Superiore di sanità sul rischio connesso alla diffusione nell’ambiente dell’ipoclorito di sodio hanno bloccato l’iniziativa e dall’altro perché, come spesso accade, attività che sarebbero di competenza delle imprese agromeccaniche – oltre a questa specifica emergenza, penso alla cura delle aree verdi, o alle operazioni di spalatura della neve – vengono spesso svolte da soggetti che non hanno le qualifiche, le competenze e anche le assicurazioni necessarie per svolgerle.
Lei sta toccando un tema cruciale per il comparto, che è quello del suo riconoscimento.
Esatto: alle imprese agromeccaniche manca il riconoscimento del loro ruolo specifico all’interno della filiera. Ed è una situazione non solo ingiusta, ma anche completamente illogica.
Cosa sta facendo C.A.I. in merito?
Lottiamo, da anni e su tutti tavoli possibili, perché qualcosa cambi ma non vorrei che questo tema venisse derubricato, come spesso avviene, a una questione di “campanilismo” associativo.
In che senso?
Il ruolo dell’agromeccanico va definito a prescindere da quale che sia l’associazione che, poi, ne rappresenterà gli interessi. Mi spiego meglio…
Prego.
Se tutti siamo d’accordo che l’agromeccanico potrà portare valore aggiunto all’agricoltura, soprattutto in considerazione delle sfide tecnologiche che ci attendono (Blockchain, gestione dei Big Data, 4.0, Smart Agriculture) allora non deve esserci dubbio sul fatto che vada inserito in quella categoria.
Ora invece l’agromeccanico è in un limbo: artigiano o indipendente agricolo?
Proprio così: e dal suo inquadramento dipendono effetti cruciali per tutta la filiera. Definire il ruolo dell’agromeccanico non farà altro che portare valore aggiunto a tutto il settore. Lo voglio ripetere: io non sto difendendo una confederazione, ma un ruolo.
Estratto dell’articolo pubblicato sul numero di marzo – aprile 2020 de Il Giornale del Rivenditore Agricolo











